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| ALBA TZIGANA - Zingari e Tarocchi |
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Molte volte nella mia famiglia abbiamo incrociato i passi con quelli dei nomadi, ed è forse per questo che sono riuscita ad approcciarmi alla/e loro cultura/e in modo né pre-giudicante né ingenuo.
Infatti, nel comune immaginario manicheo, lo zingaro riceve le proiezioni o della nostra paura (sono sporchi, rubano, se ne fregano dei bambini) o della nostra invidia (tanto qui a pagare le tasse ci stiamo noi e pure li manteniamo) o del nostro bisogno di libertà frustrato (ah, i figli del vento, liberi a cantare nella notte...!), e molto spesso di tutte e tre variamente combinate.
È inutile ribadire qui che la realtà di un nomade è spesso assai precaria e soggetta a discriminazioni, con momenti di grande libertà ma anche di grande dolore e miseria, perché desidero invece usare questo spazio per raccontarvi cosa mi ha portato a conoscere una cultura così diversa dalla mia con un minimo di apertura al dialogo. |
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Quando ero piccola la mia famiglia allargata, con tutte le problematiche del caso, gestiva un locale pubblico molto ampio, a metà fra il circolo e l'osteria, nel quale si riunivano tutti i meridionali del paese, perché non erano ben accolti in altri posti...

Mia nonna, un'autentica mattatrice, conduceva la cosa con simpatia, avidità, passione e pugno di ferro, facendosi capire da tutti nel suo dialetto lodigiano misto all'italiano, e non di rado gli uomini di casa accorrevano a toglierle dalle mani un cliente che aveva abusato della sua pazienza o del suo credito...
Sicuramente non ci si annoiava mai, ma l'avvenimento dell'anno era la fiera del Perdono, in vigore dal XVI secolo: lo spiazzo antistante casa mia si riempiva di giostre che si fermavano per oltre un mese, e di giostrai nomadi.
Quel periodo era croce e delizia per la mia famiglia: da un lato, i guadagni erano altissimi, dall'altro i momenti di caos erano davvero ingestibili.
Ma, in tutto questo, mi colpiva vedere mia nonna trattare da pari a pari con queste persone temprate dalle asprezze della vita vagabonda, e quando crebbi lei mi raccontò un po' del suo calvario infantile nel quale erano passati anche i nomadi...
Campagna lodigiana, periodo fascista. Nebbia, freddo, fame, pidocchi. Il padre di mia nonna, socialista, muore, forse l'alcool, o le privazioni, o il continuo scappare per i campi per non farsi beccare dalla milizia.
Lascia una vedova, il vecchio nonno, due figlie non ancora adolescenti e un neonato affetto da strani svenimenti, che più tardi si riveleranno epilessia.
Lo stipendio della capofamiglia, 4 lire al giorno, non basta più, anche perché il neonato ha bisogno di cure speciali. La figlia maggiore è di salute cagionevole (più avanti conoscerà infatti il sanatorio per tisi), spetta quindi alla minore aiutare la famiglia. E cosa succede? Passa un carrozzone di artisti girovaghi, la bambina è simpatica, estroversa, sembra adatta... 5 lire al giorno per farla esibire con loro. Ma non sa fare niente! Imparerà, è la risposta.

E mia nonna imparò. Di quel periodo parlava sempre con grande affetto, diceva che la trattavano con tutti i riguardi, che si divertiva un mondo, mangiava e stava allegra... poi una coppia che non poteva avere figli decise di adottarla, e si recò dalla madre di lei per averne il consenso.
Con la morte nel cuore, la mia bisnonna stava per accettare, quando, macinando una trentina di chilometri, giunse trafelata dalle campagne in bicicletta la vecchia zia Zina (di professione tenutaria) e le disse "Ho savud che te voret vend la fiulina" (Ho saputo che vuoi vendere la bambina) e lei scoppiò a piangere.
Quando i nomadi, che pure la benvolevano, tornarono, la risposta fu "In due se mangia in quater se mangia anca in cinc" (Dove si mangia in quattro si mangia anche in cinque) e mia nonna restò nella sua famiglia di origine, anche se raccontò sempre quella mancata "adozione" con il rimpianto di chi ha visto una vita meno monotona aprirsi davanti ai propri occhi, seppure con la fantasia di un bambino...
Passarono gli anni, mia nonna fece prima la mondina, poi l'operaia in filanda, quindi si sposò e aprì l'osteria, anche per farsi passare la malinconia di altri due lutti familiari, la madre e la sorella.
Qualcosa della sua vita zingara le era rimasto profondamente dentro, o forse questa le piaceva così tanto perché già lo possedeva dentro di sé, non so... ballava divinamente, soprattutto il tango, e aveva iniziato a dedicarsi ad un'altra specialità tipicamente nomade, la divinazione/guarigione.
Il tutto iniziò in una maniera imprevista: la suocera di una nostra vicina di casa, anziana, sapendo che non sarebbe vissuta ancora molto a lungo, decise che avrebbe passato il suo "segno" (capacità di togliere il malocchio) ad una persona valida, e mia nonna disse che lo avrebbe preso lei.
L'altra la squadrò e accettò.
Nel frattempo iniziò a studiare i tarocchi, e io possiedo nitido il ricordo di lei che si accinge a togliere la maledizione a qualcuno, o mentre scruta le carte...

Certamente io interpreto tutto questo alla luce dei miei riferimenti culturali, ma continuo ad utilizzare i tarocchi come modo per capire il corso degli eventi o per aiutare qualcuno rimasto "in panne": dalle carte, infatti, emerge sempre un suggerimento valido per aprire porte che non riusciamo ancora a scorgere.
Quando mi sono recata in Serbia, alloggiando in orfanotrofio, o quando mi sono trovata in fiere o feste, molte volte i nomadi mi hanno chiesto di aprire le mie carte per loro, e questo per me è stato il più bel riconoscimento di un passaggio matrilineare non interrotto... |
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